di Marco Francesco Picasso
Testo della conferenza tenuta da Marco Francesco Picasso al nostro Club la sera del 7 ottobre 2009.
Quando gli spagnoli di Pizarro sbarcarono sulle coste del Perù, nel 1532, gli europei avevano già compiuto notevoli danni alle civiltà americane: avevano distrutto le civiltà Azteca e Maya e avevano introdotto malattie, come il vaiolo, decimando le popolazioni. Gli spagnoli cercavano oro e schiavi e per giustificare il loro comportamento avevano deciso che gli indios non avevano anima. Ma per fare queste affermazioni dovevano anche distruggere la loro cultura. Hanno così bruciato praticamente tutti i codici Maya e Aztechi (se ne sono salvati soltanto pochi esemplari che sono serviti agli studiosi per decifrare la scrittura Azteca e Maya).

Marco Francesco Picasso
Sulla costa pacifica sotto l’equatore (gli odierni Ecuador e Perù) gli spagnoli sono arrivati molto dopo ma ormai consapevoli della forza delle proprie armi da fuoco e dei cavalli, in grado di sbaragliare interi eserciti armati di sole fionde e mazze.
In più avevano scoperto la più antica delle strategie: il tradimento. Molte popolazioni locali che erano state conquistate a nord dagli Aztechi e a sud dagli Incas, erano disposte a sostenere questi uomini bianchi, barbuti e puzzolenti che venivano dal mare.
Questo già potrebbe giustificare la facilità con cui si impossessarono delle ricchezze e dello stesso impero. Ma in Perù accadde qualcos’altro. L’impero Inca era enorme e si estendeva da Quito a nord fino al Cile: l’ultimo grande imperatore Inca che aveva terminato la conquista dei territori del nord era Huayna Càpaq che morì a Quito proprio di vaiolo senza lasciare un vero erede: l’impero fu così diviso tra i fratelli Atahualpa, che a nord aveva accompagnato il padre nelle conquiste, e Huaskar che risiedeva nella capitale Cuzco. In realtà Huaskar era l’Inca legittimo, per cui ebbe inizio una guerra civile. Pizarro ebbe la fortuna di sbarcare proprio in piena guerra civile e di approfittarne. Pizarro incontrò Atahuallpa a Cajamarca e con l’inganno lo prese prigioniero. Le cronache dicono che offrì ai notabili e alle guardie vino moscatèl ubriacandoli. Un documento inedito invece afferma che quel vino era stato avvelenato con orpimento, vale a dire arsenico.
E qui entra in ballo il tema della serata: i quipu. Perché? Perché pare che questa rivelazione fosse proprio scritta su un quipu. Ma come è possibile, se i quipu erano solo dei nodi mnemonici, come si sostiene ancora oggi? Allora vediamo cosa sono i quipu e come era organizzata l’amministrazione Inca. Organizzare una società richiede molte competenze e la gestione di molti documenti.
Bene, organizzare un impero la cui lunghezza è superiore ai 5000 km è senza dubbio molto più complesso. Ora, come si poteva tenere una organizzazione precisa e complessa senza una contabilità molto avanzata che tenesse conto dei tributi, delle mita (una specie di leva lavorativa a favore delle comunità), della manutenzione delle strade, Khapaq ñan, e dei ponti: uruia e waru, la trasmissione dei messaggi, e così via? Si accetta che i quipu fossero dei libri contabili. Bene questo è vero ma c’erano due tipi di quipu: quelli contabili e quelli letterari o storici. Non solo: pare accertato che una forma di scrittura inca (e preincaica) fosse costituita da simboli geometrici su ceramiche e tessuti.
Ma vediamo allora cosa sono questi quipu. Erano composti da una cordicella di lana orizzontale dalla quale pendevano diverse cordicelle più sottili contenenti dei nodi. Questa almeno è la definizione più semplicistica. Alla disposizione dei nodi aggiungiamo altri elementi: il colore, il tipo e la posizione del nodo, la struttura stessa delle cordicella.
Sempre per semplificare, con questo sistema si potevano distinguere le unità, le decine, le centinaia e così via. Il colore distingueva il tipo di merce o la regione di riferimento.
Facciamo degli esempi: il giallo indica il grano; il rosso i guerrieri, il bianco i bambini: ogni colore aveva dunque un significato.Fin qui i quipu contabili che avevano anche un altro nome: yupana. 14
Ma perché sappiamo poco di altri tipi di quipu più complessi? Semplicemente perché furono distrutti dagli spagnoli e, forse, molti, quelli più importanti che raccontavano la storia degli Inca, furono salvati perché racchiusi in arche d’oro e gettati in un lago. Qualcuno sostiene nel Titicaca; una leggenda tuttavia, anche se poco nota (ed è quella a cui mi riferisco nel mio romanzo) in un lago in una sperduta valle delle Ande in una zona ancora oggi praticamente disabitata e parco naturale protetto, tra Cile e Bolivia a 4533 m slm ai piedi del vulcano Parinacota e chiamato Chungara, o lago del Dieci). Questi erano i veri quipu quelli segreti che solo pochi amauta (i saggi) sapevano decifrare.
Ma prima di vedere come potevano funzionare questi quipu dobbiamo fare un passo indietro. Perché gli Inca usavano i nodi per scrivere? Secondo una leggenda Inca, rivelata proprio nei documenti inediti da cui ho tratto le mie conoscenze sulla storia dei quipu, pare che la stirpe degli Inca fondata dal mitico Manco Càpac, provenisse dall’estremo oriente. In effetti l’alta nobiltà inca (l’imperatore, i suoi fratelli e sorelle) erano di carnagione chiara. Secondo questa leggenda erano giunti sul continente percorrendo i mari meridionali e attraversando una cintura di isole di fuoco (tucaninapac) (che corrisponderebbero alla Polinesia). All’origine avremmo dunque una cultura di tipo cinese o mongola. Ci sono prove? No, ma solo indizi. Uno di questo è un simbolo che ricorda un ideogramma che appartiene alla simbologia incaica; sono state trovate anche pietre con incisi degli ideogrammi (per la verità piuttosto arcaici) sulle coste peruviane (ma potrebbero essere molto più recenti e dovuti a probabili navi cinesi che potrebbero aver raggiunto quelle coste interno al 1100, mentre secondo la leggenda l’arrivo dalla “tartaria” risalirebbe al 650 dC. La stessa lingua quechua, di cui dirò più avanti, non ha nulla a che fare con il cinese, ma piuttosto se mai, con il giapponese. Uno studioso russo ha comunque identificato strette somiglianze (lessicografiche) della lingua quechua con il ciuwasci una lingua nord-siberiana).
Una connessione tuttavia si può trovare appunto nei nodi. Ma d’altra parte i nodi hanno un valore e un significato abbastanza universale e li troviamo in tutte le culture. Il nodo è un legame e da legame a nodo, e cioè quipu, il passo è breve. Il nodo per gli incas era il massimo del simbolismo trascendentale. Era il legame familiare, ma anche il legame tra la Pachamama e Inti, tra terra e sole, tra l’uomo e Dio. Un fatto questo non raro nelle civiltà antiche. E il venir meno di questo legame è segno premonitore di una catastrofe. Il nodo è fondamentale in molte religioni, da quella ebraica all’Islam, fino alle tradizioni sciamaniche dell’Asia settentrionale. Secondo il simbolismo esoterico sciamanico, infatti, il nodo “afferra le idee” le fissa e trattiene nella memoria. Il nodo ha sempre avuto significati superiori. Per gli egizi, simboleggia la vita stessa. Nei geroglifici, il gruppo consonantico snb, che ha il significato di buona salute, veniva rappresentato dal simbolo § , un serpente annodato posto sul bastone della salute, quello che ci ricorda il bastone di Esculapio, simbolo della medicina. Per i cinesi, il nodo è il simbolo che congiunge gerarchicamente lo Yin allo Yang, il cielo con la terra, il sopra con il sotto, il positivo con il negativo. Nella religione ebraica, dal Thalet, lo scialle della preghiera, il tsitsaus, pendono cordicelle annodate, i cui nodi hanno un valore simbolico. In fondo, il nostro rosario non è che una sua applicazione alla religione cristiana. Anche l’Islam ha nei nodi il suo simbolismo, come recita la penultima sura del Corano, che parla di sortilegi resi possibili, appunto, da particolari nodi praticati da streghe. Allora il nodo afferra la memoria. Da qui l’idea che il quipu fosse semplicemente un sistema mnemotecnico, e forse lo era in origine. Ma c’è una scrittura che si basa sui nodi: è quella mongola. O per lo meno , non è fatta di nodi, ma le lettere del suo alfabeto assomigliano molto a dei nodi. Che fosse qui l’origine dei quipu? Forse è azzardato, ma non del tutto impossibile. Torniamo dunque ai quipu. Prima di spiegarne il meccanismo dobbiamo fare una digressione sulla lingua quechua. Perché molto difficile sarebbe applicare l’alfabeto quipu, chiamiamolo pure così, all’italiano, ad esempio. Perché ciascun nodo dei quipu ha una sua struttura particolare o contiene un elemento estraneo (una conchiglia, un pezzo di stoffa, una pietra). Ma questi elementi non possono essere infiniti. Ovviamente con 21 simboli diversi rappresentanti le lettere dell’alfabeto si potrebbe ottenere già un buon risultato. Ma, così come le popolazioni mesopotamiche che avevano un alfabeto sillabico, anche le civiltà precolombiane non conoscevano una fonetica così dettagliata. Anche perché la loro lingua non si prestava a questo. Il quechua è una lingua agglutinante (come l’ungherese, il finnico, il giapponese, il turco e altre, soprattutto le lingue siberiane).
Cos’è una lingua agglutinante? È una lingua che anziché avere declinazioni o forme variabili come l’italiano (andare, io vado, essi vanno) ha in origine un vocabolario di radici abbastanza povero, che viene arricchito mediante affissi (prefissi, infissi e suffissi). Una lingua che si basa su questo principio è ad esempio l’esperanto, che in origine aveva 960 radici ma una enorme ricchezza di espressioni. Le lingue agglutinanti infatti sono molto ricche di sfumature. È chiaro che con il sistema degli affissi si possono formare parole lunghe e apparentemente assai difficili per noi. Ma questo semplifica le cose. Basta avere dei simboli per un certo numero di sillabe importanti e per gli affissi e il gioco è fatto. Così pare funzionassero i quipu. Secondo quanto rivelato in alcuni documenti scoperti di recente, c’è anche una serie di parole chiave su cui si basa questo principio e per memorizzare le parole chiave c’era una specie di filastrocca o poesia, che aveva comunque anche un importante significato simbolico e religioso. È il Sumac Nusta che significa Bella principessa. Ve la leggo:
Sumaq Nusta, torallay quin, puinuy quita, paquir cayán, hina mantara, qunu nunùm, yllapantaq kanri Nusta, unuy quita, para munqui, may nimpiri, chizi munqui, riti munqi; Pacha Rurac, Pachakamaq Huirakucha, kayhinapaq, chura sunqui, kama sunqui. Di questa filastrocca abbiamo una traduzione in latino fatta al gesuita Blas Valera e anche in spagnolo. Vedo di darvela in italiano:
Certamente poco chiara per la nostra mentalità, ma il significato è abbastanza plausibile: qui parla del dio che ha creato tutto e che tramite la principessa (Sumac Nusta) manda la pioggia fertilizzante o la grandine distruttrice. Il fratello (torallay) sarebbe secondo i miti andini, il figlio di questo dio onnipotente. Per inciso la somiglianza di questa religione con la cristiana diede molto fastidio ai primi missionari e anche per questo si fece di tutto per cancellarla. Pochi preti, come il gesuita Blas Valera che era figlio di una principessa inca e di un comandante spagnolo (che poi abbandonò madre e figlio, che fu allevato dalla madre e il fratello del padre) era un meticcio che prese a cuore la causa degli indios e per questo fu prima incarcerato e poi esiliato in Spagna.
Vediamo ora alcune delle parole chiave per l’interpretazione dei quipu e vediamo come funzionavano.
Suri – Pachacamac – Nusta – Tora – Catollay – Quinquir – Hipuy – Unuy – Quilla – Tuta – Pachacamac – Quinquir – Catollay – Yanrinnuy – Unuy – Quilla –
Tuta – Pachacamac - Wirakocha – Pachacamac – Wirakocha - Munkaynim – quilla
Scomposizione
Come si è potuto scoprire tutto questo?
La vicenda ci porta a Napoli, ma non crediate che ci sia sotto qualche trovata napoletana, come del resto qualche accademico ha cercato di insinuare. Si tratta di un caso se vogliamo fortuito, ma che ha coinvolto persone molto serie. Tutto ha inizio un fine settimana di una ventina d’anni fa quando la dottoressa Clara Miccinelli, studiosa di Raimondo di Sangro e della Massoneria, mettendo ordine nel solaio della sua casa patrizia di Napoli, trovò in un baule alcuni strani documenti. In particolare una busta contenente una lettera e un pezzo di lana con degli strani fili pendenti. Tra i documenti c’erano anche lettere cifrate con il timbro della Compagnia di Gesù. Incuriosita cominciò a studiare i documenti coinvolgendo anche alcuni docenti universitari. In sintesi scopre che:
1 Gli Incas avevano libri che raccontavano la loro storia e religione
2 Pizarro aveva sconfitto l’esercito inca avvelenandone i comandanti
3 La famosa Cronaca di Guaman Poma de Ayala, non fu scritta da questo indio, ma da un gesuita, e Ayala era solo un prestanome
4 Il gesuita, Blas Valera, era il capo di un movimento indigenista, e quindi fu incarcerato e poi esiliato.
Tutta la vicenda ha comunque risvolti molto avventurosi.
La lettera principale risale al 1737 ed è del gesuita Pedro de Illanes che trascrive la confessione in punto di morte di un indio (Juan Taquiq Menendez de Sodar) che gli consegna anche un quipu spiegandogli come si legge. Gli consegna anche un testo cifrato: Clara Miccinelli con i suoi collaboratori, fatica a decrittarlo e vi riesce dopo aver esaminato documenti in Vaticano che rivelano il codice di decrittazione. Si tratta di una lettera di un altro gesuita Joan Anello Oliva, italiano di provenienza, datata 1637: questa lettera racconta la vera storia di Blas Valera. E cosa c’entra in tutto questo Raimondo di Sangro, principe di Sansevero? Fu appunto lui a acquistare e conservare queste lettere nel 1744: anzi le studiò e si appassionò alla faccenda dei quipu tanto che venne di moda (siamo nel Settecento) nei salotti fare quipu con cui trasmettersi dei messaggi. Naturalmente gli studiosi non credettero al principe ritenendo tutto questo una delle sue stravaganze. Poi questi documenti finirono non si sa come, nelle mani di Amedeo duca d’Aosta che nel 1927 le donò a un suo compagno d’armi: Antonio Cera di Napoli. Costui era lo zio di Clara Miccinelli e qui il cerchio si chiude. Dopo i primi studi da parte della Miccinelli, una docente di civiltà pre-colombiane dell’Università di Bologna, Laura Laurencich Minelli nel 1990 scoprì casualmente il libro scritto dalla Miccinelli insieme al giornalista Carlo Animato e si mise in contatto per analizzare meglio tutto il materiale. I risultati furono proposti al IV Congresso di Etnostoria tenuto a Lima alla Pontificia Università Cattolica. Ovviamente sollevò un vespaio e si formarono due partiti: i pro e i contro. Oggi, pare che la sola possibile ipotesi contraria sia quella che sostiene non tanto che tutto sia stato inventato dai napoletani, ma semmai dai gesuiti del 1600-1700 per dare lustro alla civiltà andina. Tuttavia sono sempre più numerosi gli accademici convinti che la storia sia reale: l’unico problema è che non ci sono quipu, finché qualcuno non andrà a cercarli nel Chungara…

Francesco Rapisardi e Marco Picasso